Baratti Bruno

21 febbraio, 2016

Bruno Baratti (Cattolica, 31 dicembre 1911 – Pesaro, 15 maggio 2008) è stato un ceramista, pittore e scultore.

All’età di tre anni la sua famiglia si trasferisce a Pesaro definitivamente. All’età di tredici anni, nel 1925, entra a lavorare come apprendista alla bottega d’arte Cartoceti, ed oltre a lavorare frequenta le lezioni serali della Scuola d’Arte e di Avviamento al Lavoro. Nel 1925 gli fu offerta una borsa di studio per frequentare l’Accademia d Belle Arti di Urbino, ma non la accettò.
Nel 1926 lasciò la bottega di Cartoceti per entrare a lavorare nella Fabbrica Ciccoli, non più come “apprendista” ma come “pittore ceramista”.
Entrambe le manifatture citate producevano riproduzioni di ceramiche rinascimentali.
Il responsabile della Fabbrica Ciccoli, Achille Wildi (che era stato allievo di Ferruccio Mengaroni), chiamò Baratti a lavorare nel proprio laboratorio personale, dove si eseguivano decorazioni più impegnative ed innovative.
L’esperienza fu breve perché dopo meno di un anno Wildi, per difficoltà economiche legate alla crisi del 1929, chiuse il proprio laboratorio e si trasferì in Francia.
Baratti tornò così a lavorare da Ciccoli, ma questa volta la sua capacità venne riconosciuta, ed oltre a decorare le ceramiche con i classici motivi rinascimentali gli venne accordata l’opportunità di eseguire delle maioliche secondo il proprio gusto.
Fin dal 1931 Baratti partecipò a rassegne e concorsi nazionali, come la Triennale di Milano ed il Concorso Nazionale della Ceramica d’Arte di Faenza.
Il primo importante riconoscimento arrivò nel 1938, ai Littoriali della Cultura (all’epoca il premio nazionale per i giovani con il maggior prestigio), dove vinse ottenendo il titolo di “Littore” per la ceramica.
Nel 1939 si confermò nuovamente Littore, questa volta per lo “smalto d’arte”, e questo ulteriore premio gli diede una notorietà nazionale.
Continuava ad esporre in mostre e concorsi di ceramica, mentre proseguiva a rifiutare le proposte per insegnare ceramica nelle Scuole d’Arte.
Il 1939 fu un anno cruciale per la carriera artistica di Baratti. Da un lato un influente membro della commissione giudicatrice di Premi Littoriali cercava di mandarlo all’estero a studiare. Dall’altro lato il mecenate pesarese Giorgio Ugolini convinse invece Baratti a restare a Pesaro, proponendogli l’acquisto di un suo terreno che sarebbe stato pagato con delle ceramiche.
Su quel terreno Bruno Baratti costruì il proprio primo laboratorio con il forno per la ceramica, e lasciata la Fabbrica Ciccoli, iniziò un proprio percorso artistico. Aveva ventotto anni.
I risultati non si fecero attendere. Già nel 1942 ebbe il primo premio al IV Concorso Nazionale della Ceramica di Faenza.
Non è possibile dimenticare che erano gli anni della Seconda Guerra Mondiale, ed anche Baratti era stato richiamato alle armi, e si ritrovò al Distretto Militare di Pesaro come soldato semplice.
Gli venne assegnato l’incarico di documentare artisticamente l’esperienza militare, e la sua opera fu esposta nel 1942 a Roma alla “Prima Mostra degli Artisti Italiani in Armi”.
Scrive Giovanni Floris nel suo libro “L’Esercito Italiano nell’arte”: “il fante ceramista-pittore Bruno Baratti, in piena tempesta, ha la forza di raccontare con un candore degno dei “fioretti” francescani, quella che allora si poteva a buon titolo considerare una discesa nella fossa dei leoni… Qualcuno, guardando le sue opere ha parlato di “naif”… ma l’arte viene di lontano e va lontano”.
Nel 1945, a guerra terminata, gli fu dedicata una Personale nella Sala del Giambellino dei Musei Civici di Pesaro, con oltre sessanta opere esposte.
Nel 1946 al Concorso della Ceramica di Faenza gli furono assegnati due primi premi, per il “vaso trifauce” e per il piatto “come le rondini”.
Nel 1953 il conte mantovano Magnaguti gli commissionò un pavimento in ceramica di grandi dimensioni, di cinque metri e mezzo per sette metri e mezzo, dipinto con soggetti mitologici ed animali fiabeschi. Prima di essere posata nella dimora gentilizia, l’opera fu esposta nel Salone del Municipio di Pesaro.
Nella prima metà degli anni cinquanta, Baratti trasferisce il suo “laboratorio” nel centralissimo Piazzale Collenuccio, a Pesaro, in una casa del XVII secolo che era stata parzialmente distrutta dalle mine piazzate dai tedeschi in ritirata alla fine della Seconda Guerra Mondiale.
Al piano terra c’erano il laboratorio e la mostra (realizzata nelle scuderie), e quel laboratorio fu frequentato da giovani allievi di grande talento come Nanni Valentini, Renato Bertini, Auro Salvaneschi e Ferruccio Marchetti, oltre ad artisti affermati come Valentino Angelini ed il “torniante” Marco Terenzi.
E tanti artisti pesaresi affermati o non ancora affermati frequentavano il laboratorio, che diventava così un punto di incontro culturale.
È impossibile dimenticare che tutti i giorni, nel primo pomeriggio, si incontravano Bruno Baratti ed Alessandro Gallucci che parlavano di arte mentre facevano la quotidiana passeggiata sul lungomare. Da sempre Baratti aveva lavorato su soggetti sacri, come l’Annunciazione che nel 1939 era stata acquistata dal Ministero dell’Educazione Nazionale, come la Via Crucis del 1956 che si trova in una chiesa di Fossombrone, o come la “Madonna con Bambino” esposta all’Angelicum nel 1957.
Alla fine degli anni sessanta, a Baratti viene chiesto di realizzare una Via Crucis composta da quattordici grandissimi pannelli in bassorilievo e due acquasantiere, destinata alla chiesa dell’Ospedale “Casa Sollievo della Sofferenza s San Giovanni Rotondo” (ospedale fortemente voluto da Padre Pio).
L’opera, realizzata nel corso di oltre un anno, rimase esposta per mesi nel dicembre del 1969 nella mostra realizzata nella Sala Laurana del Palazzo Ducale di Pesaro, prima di essere posta in opera nel 1970.
Di quest’opera Mario Pepe, Presidente dell’Accademia delle Belle Arti e del Liceo Artistico di Roma, ha scritto: “una delle realizzazioni più importanti e originali della scultura italiana contemporanea”.
Nel 1981 il Comune di Pesaro ha dedicato e organizzato un’antologica su Bruno Baratti e, l’anno successivo, gli è stata apprestata una significativa mostra dell’Istituto Marchigiano Accademia di Scienze Lettere e Arti in collaborazione con l’Università degli studi di Ancona presso l’Aula Magna del Rettorato. Le sue opere si trovano nei Musei Civici di Pesaro, al Museo della Fondazione Cassa di Risparmio di Pesaro, al Museo della Ceramica di Faenza, al Museo di Vicenza e in vari Enti Pubblici tra cui la Camera di Commercio di Pesaro e Urbino, la Banca delle Marche, Istituti religiosi nonché in numerose collezioni private italiane ed estere.
Giovedì 15 maggio 2008 muore a Pesaro.


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